Contenere l’aumento della temperatura media globale entro la fine del secolo ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, facendo tutto il possibile per non superare gli 1,5 gradi. È l’obiettivo principe dell’Accordo di Parigi1 ed è solidamente basato sulla scienza. Ma, ad oggi, è ancora molto lontano.
L’Unione europea, che pure si pone come leader globale nella lotta contro i cambiamenti climatici ed è già riuscita a sforbiciare le proprie emissioni nette di gas serra del 23% tra il 1990 e il 20182, al ritmo attuale ridurrà le emissioni del 32% entro il 2030 (l’elaborazione è di The European House – Ambrosetti3). La sua intera strategia climatica per questo decennio, tuttavia, si impernia su un obiettivo molto più ambizioso: meno 55% entro il 20303. Sarebbe la tappa intermedia per raggiungere la carbon neutrality nell’intero Continente entro il 20504, salvaguardando il clima, ma anche il sistema economico e la stessa qualità della vita della popolazione. Stando all’Agenzia europea per l’ambiente, infatti, negli ultimi quarant’anni gli eventi meteo estremi – ondate di calore in primis – hanno causato tra gli 85mila e i 145mila decessi in Europa, con perdite economiche stimate in circa 500 miliardi di euro5.
Accelerare la decarbonizzazione, dunque, è un’assoluta priorità. L’adozione di nuove tecnologie senza dubbio potrà e dovrà contribuire; e tra quelle di cui si discute di più in ambito industriale e scientifico c’è la cosiddetta carbon capture and storage (CCS).