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OTTOBRE 2026

La “geopolitica del denaro” definisce il nuovo ordine mondiale

A cura di Fabrizio Pozzi - Analista senior, team Gestione prodotti azionari e obbligazionari

“Money never sleeps” (il denaro non dorme mai). Mai come ora l’iconica frase pronunciata da Gordon Gekko nel film Wall Street del 1987 assume un significato di estrema attualità, soprattutto dopo che il concetto di geopolitica non pare più confinato nei termini restrittivi predefiniti ab origine dallo svedese Rudolf Kjellén (“quel complesso di problemi politici che traggono origine da fatti d’ordine territoriale, specie quando si consideri lo Stato come un organismo che nasce, si sviluppa e decade, e che, al pari degli esseri viventi, ha bisogno di uno spazio vitale”), ma si è evoluto con la dizione estensiva più appropriata di “geopolitica del denaro”, in ragione del fatto che i flussi finanziari internazionali non seguono più solo le leggi del mercato, ma sono modellati dalle tensioni geopolitiche, dalle alleanze mutevoli e dalle ambizioni di dominio globale.

Team di lavoro in sala conferenze per focus settimanale su tematiche finanziarie. Team di lavoro in sala conferenze per focus settimanale su tematiche finanziarie.

Accade, cioè, che nell’attuale sistema internazionale il denaro non sia più solo un mezzo di scambio o un accumulatore di ricchezza, quanto piuttosto un’arma strategica, un vettore di potere e un fattore critico per la sicurezza nazionale.

In un’epoca in cui un conflitto apparentemente lontano può provocare in un istante il congelamento di asset dall’altro capo del pianeta (applicazione reale del cosiddetto “effetto farfalla”, ovvero quel concetto della teoria del caos secondo cui piccolissime variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema complesso producono grandi e imprevedibili cambiamenti nel lungo termine) o una sanzione unilaterale può interrompere catene di fornitura vitali, comprendere i rischi intrinseci sottostanti non è un mero esercizio accademico, ma una necessità per chiunque abbia a cuore il risparmio (di famiglie e imprese) e il futuro economico del proprio Paese.

Si pensi, ad esempio, a quando, nel febbraio 2022, l’Occidente ha congelato 300 miliardi di dollari di riserve russe detenute nelle banche europee e americane: non si trattava solo di una misura punitiva, ma era una chiara dimostrazione di come i flussi finanziari possano essere utilizzati come arma per isolare un’intera nazione.

Il dollaro, in particolare, sotto l’amministrazione Trump è evoluto da valuta universale a strumento (anche) geopolitico per favorire o danneggiare un potenziale avversario (non a caso, ad esempio, quando l’Argentina di Milei si è trovata in difficoltà, la Casa Bianca ha approntato politiche valutarie di chiaro sostegno al Paese sudamericano).

Ma attenzione, “non si tratta di descrivere episodi isolati, bensì un trend sistemico: l’ascesa della Cina come potenza globale, l’erosione dell’ordine liberale mondiale e la formazione di blocchi alternativi a quello occidentale (come i BRICS+) si moltiplicano. Nel sistema G-Zero (termine coniato dal politologo statunitense Ian Bremmer per indicare uno scenario geopolitico in cui nessun Paese o gruppo di Paesi possiede la forza, la volontà o la credibilità per esercitare una leadership) i flussi di capitale, attraverso sistemi come SWIFT o reti di pagamento digitali, possono essere interrotti, manipolati o dirottati, minacciando non solo la stabilità economica ma anche la sovranità stessa degli Stati”.

I rischi geopolitici legati ai flussi finanziari, in sostanza, intrecciano economia, tecnologia e sicurezza nazionale in modi spesso sottovalutati e, anzitutto, la dipendenza valutaria espone le nazioni a potenziali shock esterni; ecco perché, ad esempio, la Cina, riducendo le sue riserve in Treasury USA a circa 630 miliardi di dollari, sta diversificando verso yuan digitale e asset alternativi, mentre i BRICS+ spingono per un sistema di pagamenti multilaterale basato su valute locali.

Senza contare che anche il controllo delle infrastrutture finanziarie non è di secondaria importanza; i flussi internazionali, come già accennato, dipendono da SWIFT (controllata da un consorzio occidentale) o da piattaforme di clearing come CHIPS (negli Stati Uniti) e giova senz’altro ricordare come, in caso di conflitto ibrido (cyber attacchi e guerre commerciali), questi sistemi possano essere usati per escludere avversari, come appunto accaduto alla Russia nel 2022.

Ma i rischi non finiscono qui. Fondi sovrani e investitori istituzionali detengono quote significative in infrastrutture nazionali, dai porti alle reti energetiche e, uno su tutti, si consideri il caso di BlackRock che nel marzo 2025 suscitò clamore annunciando l’acquisto di due dei maggiori porti del Canale di Panama. All’epoca il Financial Times scrisse addirittura che “l’accordo rappresenta una vittoria per Trump”.

Per il Vecchio Continente, questo significa implicitamente che la sicurezza nazionale non è più solo una questione militare, ma anche finanziaria: chi controlla i flussi di capitale controlla l’accesso a risorse strategiche come semiconduttori, terre rare ed energia.

In pratica, detto in altro modo, il nuovo ordine mondiale sta riscrivendo le mappe del potere, dai dazi trumpiani alla de-dollarizzazione dei BRICS, ragion per cui oggi i fattori che determinano la sicurezza nazionale si sovrappongono e si fondono con quelli strettamente finanziari, il che implica l’adozione di nuove strategie pratiche da parte di investitori e decisori, soprattutto in Europa: in estrema sintesi, diversificazione degli asset in un mondo deglobalizzato e ricerca di una “sovranità finanziaria basata su un’unione bancaria rafforzata e investimenti in innovazione”.

Sia chiaro: la geopolitica del denaro, che cerca di studiare le interconnessioni tra aspetti strettamente economici e obiettivi strategici e geopolitici, è ancora una scienza relativamente recente, ma già Adam Smith (nella famosa opera La ricchezza delle nazioni) e, in seguito, David Ricardo avevano anticipato i tratti essenziali dell’economia moderna, con particolare riferimento alla teoria dei vantaggi comparati.

John Maynard Keynes, poi, a sua volta, ha dato un contributo decisivo nell’enfatizzare il mix finanza-geopolitica, allorché segnalò come fosse sbagliato, all’indomani della Prima guerra mondiale, tartassare in modo indiscriminato la Germania in termini di risarcimento per il conflitto bellico. In effetti, l’atteggiamento oltranzista nei confronti del debito tedesco ebbe l’effetto indesiderato di favorire l’ascesa di nazionalismi e forti risentimenti collettivi che poi sfociarono nel Secondo conflitto mondiale.

La storia poi ha continuato il suo corso e dal nuovo ordine economico costruito a partire dal 1944, basato su una crescente cooperazione degli Stati in materia di politica monetaria, si è arrivati alle diffuse forme sovraniste attuali con il conseguente particolarismo delle politiche economiche, dove la capacità e la potenza finanziaria fungono da baricentro per la definizione dei nuovi equilibri sulla scacchiera geopolitica internazionale.

E a tutto questo, ovviamente, non si è arrivati per caso ma come inevitabile convergenza di molteplici fattori concorsuali che, verosimilmente, molto hanno a che fare con i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, tali per cui l’assunto fondamentale è che gli eventi, le crisi o le fasi di sviluppo delle civiltà non procedano in linea retta, ma tendano a svilupparsi e a ripetersi in modo ciclico nel tempo.

Comprendere le dinamiche intrinseche della geopolitica del denaro significa analizzare il fenomeno come una sorta di osmosi in cui determinati fattori o eventi che impattano nel lungo periodo si vanno a traslare e a riversare sulle dinamiche finanziarie che regolano la vita socioeconomica dei singoli Stati.

Significa, anzitutto, prendere atto del fatto che determinati accadimenti si verificano non come eventi contingenti e transitori di breve periodo, ma come fenomeni strutturali che, a loro volta, originano cicli secolari all’interno dei quali si succedono epoche differenti, caratterizzate da un’alternanza di fasi di crisi e di benessere, di povertà e di ricchezza.

Così, ad esempio, la Cina pre-Mao era una nazione fondamentalmente povera, che poi è evoluta a “officina del mondo” e ora a grande potenza sistemica e tecnologica.

Non solo, ma anche le divergenze demografiche stanno ridisegnando il mondo. E il passaggio chiave successivo si ha poi quando tutti i citati fenomeni e accadimenti si sposano con la geopolitica economica in senso stretto e con i mercati finanziari, in altri termini con la fragilità economica delle democrazie mature sotto forma del “prezzo del debito”.

In effetti, è appena il caso di sottolineare che un fattore chiave (“nel lungo periodo il più importante”) è rappresentato dagli aspetti demografici e dalla distribuzione del capitale che ne discende: come noto, l’impatto generazionale su ricchezza e consumi non è di secondaria importanza, dato che “i Millennial guadagnano (in termini reali) meno alla stessa età rispetto alla generazione precedente, mentre i pensionati sono diventati relativamente più ricchi”.

A ciò si aggiunga poi che “le risorse energetiche sono da sempre al centro dei giochi di potere globale e il nuovo campo di battaglia oggi si gioca su un terreno più silenzioso, ma non meno strategico: quello dei dati tecnologici e del mondo digitale”.

Il tutto, poi, come rilevato da Oxford Economics, calato in un contesto di debito e stabilità monetaria, cioè “le vere leve dell’equilibrio globale”.

In altri termini, negli anni successivi alla pandemia, la politica monetaria è tornata al centro della scena economica e della politica globale in modo dirompente; per oltre un decennio, dalla crisi finanziaria del 2008 fino all’inizio della guerra in Ucraina, le banche centrali avevano operato in una sorta di “zona franca”: tassi d’interesse a zero (se non addirittura negativi), acquisti massicci di titoli di Stato (sotto forma di Quantitative Easing) e una sostanziale subordinazione della politica monetaria all’obiettivo di stabilizzare il sistema finanziario.

Poi, il brusco ritorno dell’inflazione nel biennio 2021-2022 ha ribaltato completamente il paradigma. In meno di due anni le principali banche centrali hanno attuato uno dei cicli di inasprimento monetario più rapidi e pronunciati degli ultimi cinquant’anni, riportando in primo piano il conflitto tra le banche centrali stesse, le esigenze della politica fiscale e la tenuta del contratto sociale.

La realtà di fatto è che oggi le banche centrali si trovano ad agire su un doppio fronte, quello tecnico, per guidare l’economia, e quello politico, per conservare la legittimità delle proprie azioni: un tempo “maestre della moderazione, ora devono muoversi in un mondo multipolare, dove ogni loro mossa è scrutinata da governi e mercati, con in gioco non solo punti di PIL ma anche la fiducia stessa delle istituzioni”.

In ultima istanza, dunque, la geopolitica del denaro (o geoeconomia) è tutt’altro che astratta: oggi più che mai tocca il quotidiano della collettività e non c’è alcun dubbio che “capire come i flussi finanziari internazionali siano intrecciati alla sicurezza nazionale significa non solo sopravvivere al disordine, ma contribuire a un ordine più equo”.

 

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