Parità di genere: a che punto siamo, perché è importante per le imprese e quali sono i benefici di raggiungerla

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La parità di genere non è solo un valore, ma anche un asset competitivo per le imprese: scopri a che punto siamo in Italia e come la certificazione prevista dal PNRR sprona le aziende a formalizzare politiche ad hoc.

Quello della parità di genere è un obiettivo di giustizia sociale e di progresso economico e culturale, che mira a eliminare le discriminazioni e le disuguaglianze esistenti tra generi. Nella pratica, vuol dire offrire a tutti e tutte le stesse opportunità di accesso all’istruzione, al lavoro, alla rappresentanza politica e a ruoli di leadership, oltre a garantire una ripartizione equa dei ruoli in ambito familiare e nella cura. Negli ultimi decenni le istituzioni nazionali e internazionali hanno implementato politiche per ridurre il divario che ancora persiste, riuscendo a ottenere progressi in aree come l’istruzione primaria e la partecipazione lavorativa soprattutto in riferimento al genere femminile, ma rimangono disparità significative, specialmente nei ruoli di leadership e nella retribuzione. Secondo l’Indice Globale di Parità di Genere del Word Economic Forum (WEF), il divario complessivo di genere è stato ridotto del 68% circa, ma al ritmo attuale, la completa parità potrebbe richiedere oltre un secolo.

Eppure, diversi studi hanno dimostrato che una maggiore gender equality può favorire la crescita economica. Per esempio, già nel 2015 il McKinsey Global Institute1 affermava che aumentare l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro avrebbe potuto aggiungere trilioni di dollari all’economia globale e che le aziende con una leadership bilanciata tra i generi tendevano a essere più innovative e profittevoli.

Per incentivare una rappresentazione equilibrata dei generi e un’autentica parità di trattamento, nel 2022 l’Italia, nell’ambito della quinta missione del PNRR (Piano Nazionale Ripresa Resilienza) - interamente dedicata a Inclusione e coesione e che si propone, tra le altre cose, di favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro - ha istituito un sistema di certificazione della parità di genere, attraverso un investimento pari a 10 milioni di euro2. Uno strumento che vuole promuovere un cambiamento di mentalità anche offrendo in cambio benefici economici, che si aggiungono alle ovvie ripercussioni positive in termini di reputazione.

Donna conduce un meeting di lavoro davanti ai colleghi in una sala riunioni. Donna conduce un meeting di lavoro davanti ai colleghi in una sala riunioni.

La certificazione si basa sui requisiti fissati dalla prassi di riferimento UNI/PdR 125:2022 e la possono rilasciare soltanto gli organismi di valutazione accreditati da Accredia, che ad oggi sono 54. Non è obbligatoria: possono richiederla, su base volontaria, le aziende pubbliche e private di qualsiasi settore e dimensione. Una volta conseguita, la certificazione resta valida per tre anni, previo il superamento degli audit periodici.

 

Parità di genere: cosa prevede la norma UNI/PdR 125:2022

Nel concreto, la prassi di riferimento UNI/PdR 125:2022 individua sei aree strategiche con cui valutare le aziende, per capire se siano realmente inclusive e rispettose della parità di genere: cultura e strategia; governance; processi di gestione delle risorse umane (Hr); opportunità di crescita e inclusione delle donne in azienda; equità remunerativa per genere; tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro.

Ciascuna di esse ha un peso percentuale (il totale è di 100) e comprende una serie di KPI (key performance indicator), quantitativi e qualitativi, con i quali misurare il livello di maturità dell’azienda. Per ogni indicatore, l’organismo di valutazione assegna un punteggio che va poi ponderato per il peso percentuale dell’area di valutazione: se arriva almeno al 60%, l’azienda ha diritto alla certificazione.

 

Quali indicatori sono considerati

Per ciascuna area l’organizzazione è valutata sulla base di specifici indicatori, elencati di seguito. I punteggi vengono ponderati anche sulla base delle dimensioni dell’azienda.

  • Cultura e strategia:
    • piano strategico a sostegno di un ambiente di lavoro inclusivo;
    • procedure interne per esprimere opinioni e suggerimenti anche in forma anonima;
    • attività di sensibilizzazione sull’importanza del comportamento e del linguaggio rispettoso e inclusivo;
    • politiche per assicurare che ci sia parità di genere tra i relatori di convegni, eventi e tavole rotonde;
    • conduzione di attività formative, a tutti i livelli, sulla differenza di genere e suo valore, sugli stereotipi e sugli unconscious bias;
    • analisi della percezione dei dipendenti sulle pari opportunità in azienda;
    • interventi volti a promuovere le pari opportunità fuori dal contesto aziendale.
 
  • Governance:
    • presidio per gestire e monitorare le tematiche legate a inclusione, parità di genere e integrazione;
    • processi per identificare, approfondire e gestire qualsiasi forma di non inclusività;
    • budget per attività a supporto dell'inclusione, della parità di genere e dell’integrazione;
    • obiettivi legati alla parità di genere, sulla base dei quali valutare i vertici e il management;
    • presenza di entrambi i generi negli organi amministrativi e di controllo.

 

  • Processi di gestione delle risorse umane (Hr):
    • processi di gestione e sviluppo delle risorse umane a favore dell'inclusione, della parità di genere e dell’integrazione;
    • analisi del turnover sulla base del genere;
    • politiche che garantiscano la partecipazione paritaria ai percorsi di formazione e di valorizzazione;
    • politiche di mobilità interna e di successione a posizioni manageriali coerenti con i princìpi di inclusione e parità di genere;
    • tutela del posto di lavoro dopo la maternità;
    • referenti e prassi aziendali volte a tutelare i dipendenti da mobbing e molestie.

 

  • Opportunità di crescita e inclusione delle donne in azienda:
    • percentuale di donne sul totale dell’organico;
    • percentuale di donne sul totale dell’organico rispetto al benchmark dell’industria di riferimento;
    • percentuale di donne dirigenti;
    • percentuale di donne responsabili di una o più unità organizzative;
    • percentuale di donne nella prima linea;
    • percentuale di donne con delega su un budget di spesa o investimento.

 

  • Equità remunerativa per genere:
    • differenza retributiva di genere a parità di ruolo e competenze;
    • percentuale di promozione di donne su base annua;
    • percentuale di donne con remunerazione variabile.

 

  • Tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro:
    • servizi dedicati al rientro post-maternità o paternità, per esempio smart working, part time, asilo nido aziendale;
    • policy e servizi per la conciliazione vita-lavoro;
    • policy e iniziative che valorizzino la genitorialità;
    • percentuale di uomini che hanno beneficiato dei congedi di paternità su quelli che ne avrebbero avuto diritto;
    • rapporto tra i giorni di congedo effettivamente fruiti e quelli potenziali.

 

I benefici per le imprese che si certificano

Per spingere le aziende a certificarsi, sono previsti alcuni benefit. Innanzitutto, le piccole e medie imprese possono accedere a contributi per coprire sia i servizi di assistenza tecnica e accompagnamento, sia i costi della certificazione stessa. Una volta ottenuta la certificazione, inoltre, le aziende private godono di uno sgravio contributivo, di un punteggio premiale per la valutazione delle proposte candidate a cofinanziamenti o aiuti di Stato e di alcune agevolazioni nell’iter degli appalti pubblici.

Attualmente la UNI/PdR 125 è l'unico documento normativo emesso a livello mondiale certificabile in ambito gender equality. A differenza delle ISO 30415 e ISO 53800, infatti, che sono linea guida su diversità e inclusione (la prima) e gender equality ed empowerment femminile (la seconda), la Prassi di Riferimento 125 non fornisce solo indicazioni bensì indica uno schema e definisce regole e requisiti soggetti a valutazione di conformità, dunque certificabili a fronte di una valutazione. Unicum quindi internazionale, dalla sua pubblicazione nel 2022, oggi sono oltre 16mila i siti aziendali certificati dagli organismi accreditati, per un totale di circa 8.000 aziende che hanno ottenuto la certificazione, e nuove organizzazioni hanno già iniziato un percorso per applicare la Prassi di Riferimento e certificare il proprio sistema di gestione per la parità di genere.

Intesa Sanpaolo è stato nel 2022 il primo grande gruppo bancario italiano a ottenere la certificazione per la parità di genere che comprende anche le principali società del gruppo, ovvero Eurizon Capital SGR, Fideuram Asset Management SGR e il Gruppo Assicurativo Intesa Sanpaolo Vita. Intesa, che dal 2021 segue anche lo standard GEEIS-Diversity (Gender Equality European & International Standard), a settembre 2024 si è classificata prima banca al mondo tra i 100 luoghi di lavoro più inclusivi e attenti alle diversità presenti nel FTSE Diversity and Inclusion Index – Top 100, l’indice internazionale di FTSE Russel. Il gruppo si è classificato al settimo posto a livello globale, primo gruppo bancario in assoluto e unico in Italia.

 

Parità di genere, la situazione in Italia

A inizio 2025, la certificazione accreditata secondo la UNI/PdR 125: 2022 risulta ormai tra le certificazioni più diffuse in Italia, con quasi 8.000 imprese aderenti. Ma se l’introduzione e la diffusione della norma UNI/PdR indica una tendenza a una maggiore sensibilità verso i temi di inclusione da parte delle aziende italiane, dall’altro non si traduce in una riduzione del divario di genere in generale. Guardando, per esempio, al Global Gender Gap report 20253, redatto dal World Economic Forum, l’Italia si trova all’85ᵃ posizione su 148 paesi valutati dal WEF.

L’analisi dimostra che nessun Paese al mondo raggiunge la piena parità di genere in tutte e quattro le dimensioni monitorate: partecipazione e opportunità economiche, livello di istruzione, salute e sopravvivenza ed empowerment politico. Ma, mentre Islanda, Finlandia e Norvegia si spartiscono i primi tre gradini del podio, l’Italia è nella seconda metà della classifica. Ad abbassare la media nel nostro Paese sono la dimensione economica (a quota 0,608 su una scala che va da un minimo di zero a un massimo di 1) e quella politica (ferma a 0,243). 

Donne al vertice: utopia o realtà?

Sono tanti gli indicatori che misurano la parità di genere in ambito economico. Tra i più noti e rilevanti c’è il gender pay gap, cioè la differenza retributiva tra uomini e donne che nell’Unione europea si attestava al 12% nel 20234, con l’Italia tra i Paesi più virtuosi con una differenza del 5,6%. Una divergenza che, stando all’analisi della commissione UE si spiega, a livello europeo, da un lato con l’esistenza di una vera e propria discriminazione (per cui capita ancora che, a parità di mansioni, la retribuzione di una donna sia più bassa) e dall’altro con la preponderante presenza femminile in quei settori come la cura, la salute e l’educazione, in cui gli stipendi sono mediamente più bassi. Inoltre, sono sempre le donne a farsi carico di buona parte del lavoro non retribuito per la cura della casa e della famiglia, il che spesso le costringe a sacrificare le proprie prospettive di carriera. Prospettive che spesso si scontrano contro il cosiddetto soffitto di cristallo: man mano che si sale nell’organigramma, come dimostrano i dati della istituzione europea, sale la presenza maschile. E infatti, un altro degli indicatori per valutare la parità di genere è la presenza di donne ai vertici aziendali.

Da questo punto di vista, è da oltre dieci anni che l’Italia cerca di occuparsi del tema, a partire dalla cosiddetta legge Golfo-Mosca del 2011 (Legge 12 luglio 2011, n. 120), seguita dal Dpr 30 novembre 2012, n. 251, che impone che al genere meno rappresentato spetti almeno un terzo dei posti negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate e di quelle a controllo pubblico. A novembre 2022, poi, l’UE ha approvato la direttiva Women on boards che impone alle società quotate con più di 250 dipendenti di adottare misure per aumentare la presenza femminile nei loro consigli di amministrazione: entro il 30 giugno 2026 dovrà essere pari al 40 per cento la quota di rappresentanza nei cda.

Nello Stivale, alla fine del 2025, fa sapere la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), le donne esercitano il 43% degli incarichi di amministrazione delle società quotate; è però molto raro che siano amministratrici delegate (2,2%) o presidenti (3,5%). 

Va anche precisato che in Italia le grandi società quotate sono numericamente una minoranza: sugli oltre 4,4 milioni di imprese del nostro Paese, quelle che saranno soggette alla direttiva Women on boards sono 4.187.

Stando all’ultima edizione del Rapporto Donne 2025 pubblicato da Manager Italia5, che si basa sui dati Inps relativi alle imprese private nel loro insieme, tra il 2008 e il 2023 il numero di donne dirigenti è salito del 91,7%: oggi sono il 21,9 per cento del totale, con una rappresentanza più consistente nel terziario (25,8%) rispetto all’industria (16,5%).

La finanza non è tra i settori più virtuosi, come dimostra il fatto che in Italia è stato necessario attendere il 2021 per la prima donna amministratrice delegata di una banca sistemica (Elena Patrizia Goitini, ad di Bnl Bnp Paribas). Nel 2024, il gruppo Intesa Sanpaolo ha nominato Virginia Borla amministratrice delegata e direttrice generale del gruppo assicurativo Intesa Sanpaolo Vita e Maria Luisa Gota, amministratrice delegata della controllata Fideuram Vita.

 

I benefici della parità di genere

Lavorare per la parità di genere non è soltanto una questione di valori, né di reputazione: comporta anche un vantaggio competitivo. Lo testimoniano numerosi studi. L’ultimo report redatto da McKinsey in ordine di tempo, Diversity Matters Even More6, prende in analisi 1.265 aziende in 23 Paesi, arrivando a mostrare che quelle con una presenza femminile nel top management superiore al 30% hanno il 18% di probabilità in più di registrare rendimenti finanziari migliori rispetto a quelle in cui la presenza femminile nel management non supera il 30%. Allo stesso modo, per le aziende che vantano una maggiore diversità etnica, le probabilità di avere performance finanziarie più elevate aumentano del 27% rispetto a quelle con livelli di diversità esigui. Una discrepanza che, peraltro, diventa sempre più marcata man mano che si susseguono le varie edizioni del rapporto.

Anche la Consob, nel suo Quaderno di finanza n.87 pubblicato nel 20187, fa un bilancio delle conseguenze della legge Golfo-Mosca evidenziando come l’ingresso delle nuove amministratrici abbassa l’età media, alza il livello medio di istruzione e rende più variegato il profilo in termini di età e background professionale. Oltretutto, quando la percentuale di donne supera la soglia del 17-20% del board, si rileva un effetto positivo su tutte le misure di performance monitorate: ROA (return on assets), ROE (return on equity), ROIC (return on capital) e ROS (return on sale). 

 

 

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