Parità di genere, la situazione in Italia
A inizio 2025, la certificazione accreditata secondo la UNI/PdR 125: 2022 risulta ormai tra le certificazioni più diffuse in Italia, con quasi 8.000 imprese aderenti. Ma se l’introduzione e la diffusione della norma UNI/PdR indica una tendenza a una maggiore sensibilità verso i temi di inclusione da parte delle aziende italiane, dall’altro non si traduce in una riduzione del divario di genere in generale. Guardando, per esempio, al Global Gender Gap report 20253, redatto dal World Economic Forum, l’Italia si trova all’85ᵃ posizione su 148 paesi valutati dal WEF.
L’analisi dimostra che nessun Paese al mondo raggiunge la piena parità di genere in tutte e quattro le dimensioni monitorate: partecipazione e opportunità economiche, livello di istruzione, salute e sopravvivenza ed empowerment politico. Ma, mentre Islanda, Finlandia e Norvegia si spartiscono i primi tre gradini del podio, l’Italia è nella seconda metà della classifica. Ad abbassare la media nel nostro Paese sono la dimensione economica (a quota 0,608 su una scala che va da un minimo di zero a un massimo di 1) e quella politica (ferma a 0,243).
Donne al vertice: utopia o realtà?
Sono tanti gli indicatori che misurano la parità di genere in ambito economico. Tra i più noti e rilevanti c’è il gender pay gap, cioè la differenza retributiva tra uomini e donne che nell’Unione europea si attestava al 12% nel 20234, con l’Italia tra i Paesi più virtuosi con una differenza del 5,6%. Una divergenza che, stando all’analisi della commissione UE si spiega, a livello europeo, da un lato con l’esistenza di una vera e propria discriminazione (per cui capita ancora che, a parità di mansioni, la retribuzione di una donna sia più bassa) e dall’altro con la preponderante presenza femminile in quei settori come la cura, la salute e l’educazione, in cui gli stipendi sono mediamente più bassi. Inoltre, sono sempre le donne a farsi carico di buona parte del lavoro non retribuito per la cura della casa e della famiglia, il che spesso le costringe a sacrificare le proprie prospettive di carriera. Prospettive che spesso si scontrano contro il cosiddetto soffitto di cristallo: man mano che si sale nell’organigramma, come dimostrano i dati della istituzione europea, sale la presenza maschile. E infatti, un altro degli indicatori per valutare la parità di genere è la presenza di donne ai vertici aziendali.
Da questo punto di vista, è da oltre dieci anni che l’Italia cerca di occuparsi del tema, a partire dalla cosiddetta legge Golfo-Mosca del 2011 (Legge 12 luglio 2011, n. 120), seguita dal Dpr 30 novembre 2012, n. 251, che impone che al genere meno rappresentato spetti almeno un terzo dei posti negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate e di quelle a controllo pubblico. A novembre 2022, poi, l’UE ha approvato la direttiva Women on boards che impone alle società quotate con più di 250 dipendenti di adottare misure per aumentare la presenza femminile nei loro consigli di amministrazione: entro il 30 giugno 2026 dovrà essere pari al 40 per cento la quota di rappresentanza nei cda.
Nello Stivale, alla fine del 2025, fa sapere la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), le donne esercitano il 43% degli incarichi di amministrazione delle società quotate; è però molto raro che siano amministratrici delegate (2,2%) o presidenti (3,5%).
Va anche precisato che in Italia le grandi società quotate sono numericamente una minoranza: sugli oltre 4,4 milioni di imprese del nostro Paese, quelle che saranno soggette alla direttiva Women on boards sono 4.187.
Stando all’ultima edizione del Rapporto Donne 2025 pubblicato da Manager Italia5, che si basa sui dati Inps relativi alle imprese private nel loro insieme, tra il 2008 e il 2023 il numero di donne dirigenti è salito del 91,7%: oggi sono il 21,9 per cento del totale, con una rappresentanza più consistente nel terziario (25,8%) rispetto all’industria (16,5%).
La finanza non è tra i settori più virtuosi, come dimostra il fatto che in Italia è stato necessario attendere il 2021 per la prima donna amministratrice delegata di una banca sistemica (Elena Patrizia Goitini, ad di Bnl Bnp Paribas). Nel 2024, il gruppo Intesa Sanpaolo ha nominato Virginia Borla amministratrice delegata e direttrice generale del gruppo assicurativo Intesa Sanpaolo Vita e Maria Luisa Gota, amministratrice delegata della controllata Fideuram Vita.