Inoltre, consuma il 70% dell’acqua mondiale6, risorsa sempre più scarsa. Senza tenere conto degli effetti indiretti legati alla logistica per lo spostamento delle merci agricole dai luoghi di produzione ai luoghi di consumo e delle conseguenze sui terreni dell’utilizzo di elevate dosi di prodotti chimici impiegati nell’agricoltura intensiva.
Alla luce di queste cifre è evidente la portata della sfida: ridurre drasticamente gli impatti negativi in termini di emissioni carboniche, di consumo di suolo e di acqua, di conseguenze nocive sui territori, assicurando contemporaneamente l’alimentazione di una popolazione in continua e rapida crescita. Obiettivo questo reso ancora più difficile dal fatto che il comparto agricolo è anche uno dei settori più colpiti dagli impatti del climate change in quanto è esposto direttamente alle variazioni climatiche, agli eventi estremi e ai periodi di siccità.
Esempio di questo quadro è l’Italia in cui il sistema alimentare causa il 37% delle emissioni totali di gas serra, mentre la produzione agricola si riduce a causa degli impatti del cambiamento climatico7. Il rapporto Ismea ha infatti segnalato che il comparto agroalimentare italiano è sceso al terzo posto nella classifica dei Paesi UE per valore della produzione a causa della siccità record che ha colpito lo Stivale con effetti su tutte le colture tradizionali8.
Ma ad essere più esposte agli effetti di un clima instabile sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo che dipendono molto dalla produzione agricola. In queste aree, densamente popolate, gli impatti del climate change rischiano di provocare ondate di carestia con conseguenze economiche e sociali che coinvolgono anche il resto per pianeta.
L’impegno per una maggiore sostenibilità dell’agricoltura rappresenta, quindi, una sfida fondamentale per il mondo intero, a cui non è possibile tirarsi indietro. E sebbene il concetto di agricoltura sostenibile possa essere declinato in maniera diversificata, oggi è possibile adottare pratiche sostenibili ad ampio spettro in campo agricolo che permettono di ridurre le emissioni e di salvaguardare risorse essenziali.
Cos’è l'agricoltura sostenibile
A cercare di definire il concetto di agricoltura sostenibile è stata la FAO, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite, che nel 2018, in un paper in cui ha indicato le venti azioni necessarie per centrare gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs)9, ha delineato i cinque principi dell’agricoltura sostenibile. Questi sono:
- Aumentare la produttività, l’occupazione e il valore aggiunto nei sistemi alimentari, mediante una trasformazione delle pratiche agricole per abilitare un’adeguata produzione integrata con la riduzione dei consumi di acqua ed energia.
- Proteggere e migliorare le risorse naturali, andando a preservare l’ambiente, i terreni, le risorse idriche.
- Migliorare i mezzi di sussistenza e favorire una crescita economica inclusiva.
- Aumentare la resilienza di persone, comunità ed ecosistemi, per minimizzare l’impatto degli effetti degli eventi estremi e della volatilità delle condizioni di mercato.
- Adattare la governance alle nuove sfide con un’azione integrata tra attori pubblici e privati.
Nel corso della Cop28 tenuta a Dubai nel 2023, più di 130 governi hanno individuato per la prima volta, le azioni necessarie per ridurre gli impatti dell’agricoltura e contrastare il climate change2, inserite all’interno della Dichiarazione sull’agricoltura sostenibile, sistemi alimentari resilienti e azione sul clima10. In particolare il testo contiene cinque obiettivi nel tentativo di declinare i principi FAO in impegni più concreti, quali potenziare le attività e le soluzioni di adattamento e resilienza per ridurre la vulnerabilità di agricoltori, pescatori e altri attori della filiera alimentare; promuovere la sicurezza alimentare e la nutrizione con impegni a favore delle popolazioni più vulnerabili; sostenere gli operatori dell’agricoltura e dei sistemi alimentari, le cui fonti di sostentamento sono minacciate dai cambiamenti climatici; supportare la gestione integrata dell’acqua in agricoltura; massimizzare i benefici climatici e ambientali del settore agricolo mediante la conservazione, la protezione e il ripristino di terre ed ecosistemi naturali, il potenziamento della salute del suolo e della biodiversità.
Sicuramente cruciale per il settore agroalimentare è la conservazione e il ripristino delle risorse naturali in quanto è fortemente dipendente da queste. Ne è prova il fatto che le imprese agricole sono sempre state le uniche a mettere a bilancio una voce legata al capitale naturale, ossia la voce “terreni” che rappresenta di fatto un’immobilizzazione materiale il cui valore dipende dalla sua produttività, dando per assodato che ne vengano preservate nel tempo le sue caratteristiche qualitative. Ma questo non può più essere un elemento scontato, come iniziano a comprendere i coltivatori di zone vinicole o olivicole particolarmente pregiate colpite direttamente dagli effetti del cambiamento climatico. Se si guarda quindi la questione da un punto di vista contabile, un’attività agricola può essere considerata sostenibile quando garantisce un saldo positivo tra disponibilità e utilizzo delle risorse naturali, senza determinare una perdita del capitale naturale.
Agricoltura biologica
L’agricoltura biologica punta sulla preservazione delle risorse naturali privilegiando un utilizzo responsabile con la sostituzione di prodotti chimici di sintesi con quelli naturali. Se l’agricoltura nel suo complesso è chiamata a ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, che sono fonte di danni per l’ambiente e la salute umana, quella biologica sostituisce le sostanze di sintesi con metodi di rigenerazione dei terreni e di lotta agli agenti infestanti basati su sostanze e soluzioni completamente naturali sulla base dei regolamenti europei.
Anche l’agricoltura biologica può assumere differenti declinazioni. Tra queste, per esempio, quella biodinamica valorizza la coltivazione secondo i ritmi della natura, rispettando le caratteristiche del suolo e la dinamica di crescita delle piante.
Da questo punto di vista l’agricoltura italiana è una tra e più sostenibili d’Europa con quasi 93mila operatori, oltre 82mila produttori e una superficie pari a quasi un quinto di quella totale che viene coltivata sulla base dei principi biologici e biodinamici11.
L’agricoltura 4.0
Al pari dell’industria manifatturiera, anche l’agricoltura ha scoperto l’utilizzo delle tecnologie per migliorare l’efficienza e ridurre sprechi e utilizzo di risorse: dalla digitalizzazione all’Internet of Things o al monitoraggio satellitare.
L’innovazione tecnologica e digitale applicata ai processi della produzione agricola è, infatti, un tema sempre più rilevante e attuale e l’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano ha evidenziato come nel 2022 il mercato globale abbia continuato a crescere con un tasso superiore al 10% stimando che si raggiungerà un valore di circa 30 miliardi entro il 202712.
Come sempre quando entra in gioco la tecnologia, l’innovazione spinge anche la nascita di nuove imprese. Sono sempre di più, infatti, le startup internazionali attive in questo contesto che propongono ad aziende agricole e zootecniche l’applicazione di tecnologie sofisticate come droni autonomi per il monitoraggio e il trattamento delle coltivazioni, robot per la raccolta di piccoli frutti in serra (e non solo), applicazioni di intelligenza artificiale implementate su macchine agricole autonome per l’analisi in tempo reale dei dati. E sempre di più, quindi, l’innovazione digitale nei campi emerge come protagonista nel favorire l’adozione di modelli di business e pratiche agricole più sostenibili.
Anche in Italia sta crescendo l’agricoltura 4.0 e secondo le stime dell’Osservatorio del Politecnico, il mercato ha raggiunto nel 2025 2,5 miliardi di euro. Tornano positivi, in linea con i dati europei sul settore dei macchinari agricoli, anche gli investimenti in macchinari connessi (+2%) e in soluzioni di telemetria e controllo (+3%). Inoltre la superficie coltivata raggiunge il 10% del totale, in lieve aumento rispetto al 9,5% dell’anno precedente13.
L’obiettivo, nel complesso, è focalizzato sull’efficienza e sull’ottimizzazione dei diversi fattori produttivi, con conseguente impatto sull’utilizzo di risorse come energia e acqua. Ecco, quindi, che siamo agli albori dell’era della cosiddetta agricoltura di precisione che utilizza satelliti, droni e sensori, spesso integrati con sistemi di intelligenza artificiale, per monitorare le condizioni del suolo e delle colture, mettendo gli agricoltori nelle condizioni di avere sotto controllo in maniera costante ed estremamente accurata le coltivazioni e di prendere decisioni informate su irrigazione e impiego di fertilizzanti e pesticidi a seconda del bisogno delle singole piante.
Agricoltura verticale e di prossimità
Alla necessità di diminuire il consumo di suolo risponde invece la cosiddetta agricoltura verticale, che può essere considerata come l’evoluzione sostenibile delle tradizionali serre. Si tratta di utilizzare strutture o edifici dove la coltivazione avviene in ambienti chiusi, completamente controllati nei parametri essenziali, come luce, umidità, temperature. Questo permette un grado di efficienza elevatissimo riducendo di gran lunga l’uso di fertilizzanti e antiparassitari e il consumo idrico legato all’irrigazione delle piante. A questo si aggiunga che le strutture sono dotate di impianti fotovoltaici che rendono sostenibile l’impatto dal punto di vista energetico e che sono inoltre pensate per diminuire la carbon footprint della logistica dal momento che sono progettate per essere prossime al mercato di consumo, ossia quello delle metropoli. Considerando che già oggi più di metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane (e che le Nazioni Unite prevedono che tale tendenza aumenterà sempre più portando alla creazione di megalopoli), non stupisce che secondo Statista, il valore della produzione agricola del vertical farming può raggiungere i 35 miliardi di dollari entro il 2032 rispetto ai 5,5 miliardi di dieci anni prima14.
Agricoltura rispettosa dei diritti
Anche sotto il profilo sociale e di rispetto dei diritti umani, l’agricoltura ha diverse zone d’ombra su cui i consumatori negli ultimi anni hanno chiesto di far luce. In particolare, sono le filiere delle grandi commodities internazionali ad essere coinvolte in pratiche non rispettose dei diritti, dallo sfruttamento del lavoro minorile all’utilizzo di mano d’opera senza garanzia dal punto di vista delle tutele fino a stipendi insufficienti per la sussistenza.
Soprattutto la filiera del cacao e del caffè sono tra quelle che più si stanno trasformando all’insegna di controlli e certificazioni a garanzia dell’etica lungo l’intera catena produttiva.
In questa chiave la blockchain è la tecnologia che raccoglie sempre più l’interesse degli attori del settore agroalimentare per raccogliere e condividere con il consumatore le informazioni legate alla tracciabilità e alla sostenibilità. E in particolare in Europa, il reperimento dei dati lungo tutta la catena di approvvigionamento è elemento essenziale per poter essere compliance agli standard della Corporate sustainability reporting directive (CSRD)15, la nuova direttiva sulla rendicontazione aziendale di sostenibilità che chiede alle imprese trasparenza anche in materia di rispetto dei diritti umani.
Agricoltura come fonte di risorse
L’agricoltura gioca poi un ruolo anche in ambito energetico. Da una parte, l’agrivoltaico abilita la coesistenza sulla stessa superficie di coltivazioni e di pannelli solari della cui energia l’azienda può alimentarsi e al contempo sfruttarne la vendita generando ricavi supplementari. Dall’altra parte i prodotti agricoli possono essere usati come fonti energetiche. Quella che viene indicata come agroenergia altro non è che la trasformazione di colture o, preferibilmente, scarti alimentari in biomassa, da utilizzare per la produzione di biometano.
Modificare i consumi alimentari
Il comparto dell’allevamento è uno dei maggiori produttori di metano, gas che ha un potenziale di riscaldamento globale 25 volte superiore alla CO216. Da questo punto di vista, la sostituzione delle proteine di origine animale con quelle di derivazione vegetale può rappresentare una soluzione di contenimento dell’impatto della produzione di carne, bovini in particolare.
Ma le diverse alternative vegetali con consistenza e sapore simile alla carne pur comparse ormai qualche anno fa sul mercato, non hanno conquistato i consumatori come stimato inizialmente: non è semplice, infatti, modificare le abitudini alimentari delle persone.
Ancora più complessa è l’accettazione della carne sintetica, derivata da cellule staminali allevate in laboratorio. Anche in questo caso il dibattito è aperto e non riguarda solo una questione di cambiamento delle abitudini alimentari, soprattutto in mercati a forte tradizione carnivora, ma di un adeguamento culturale all’innovazione.
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